Sono atterrato nella capitale di Mir alle nove del mattino, ora locale. Anche questo volo è stato breve e non c’è altro da annotare.
All’uscita dall’aereo non c’era nessun corridoio riservato e nessuno è venuto a prendermi: ho seguito gli altri passeggeri verso i controlli e mi sono messo in fila come tutti. Le file erano più d’una, ma il sistema le teneva in equilibrio, perché appena una si allungava un pannello luminoso indirizzava i nuovi arrivati verso quella più corta e così avanzavano tutte alla stessa velocità. Ho atteso diciotto minuti, esattamente come la donna davanti a me e l’uomo dietro.
Al controllo mi hanno chiesto il motivo del viaggio e il funzionario ha trascritto la mia risposta senza commentare. Poi mi hanno scansionato il volto, le iridi e le impronte delle dita. Infine è arrivata la domanda di rito, pronunciata con lo stesso tono delle altre: «È qui per danneggiare Mir?». Ho risposto di no, e il funzionario ha annuito e mi ha fatto passare.
Oltre i controlli mi aspettava la mia guida, che si è presentata con il suo codice completo, come si usa qui: 2263-Mei-184817-D. Nel suo numero ho riconosciuto una data e me la sono annotata per dopo. Registro i dati essenziali. Donna, trentaquattro anni, come dice il suo codice. Statura stimata: un metro e settantacinque. Corporatura atletica. Tratti dell’Asia orientale, carnagione chiara, capelli neri raccolti, occhi scuri a mandorla. Postura rigida ed eretta, come di chi non si concede mai di appoggiarsi. Indossava un abito grigio dal taglio semplice, con la giacca chiusa fino al collo e i pantaloni dritti, senza un solo ornamento.
Intorno a noi i vestiti non erano tutti uguali, ma si somigliavano: gli stessi tagli essenziali, gli stessi colori. Grigio, nero, bianco. Non ho visto altro.
Durante il tragitto verso la sede del governo, Mei mi ha illustrato le regole del soggiorno, che sono le stesse di Optimate, quasi parola per parola: posso andare dove voglio, anche da solo; devo rispettare le leggi di Mir; alla partenza dovrò lasciare una copia dei miei appunti.
Quando le ho chiesto quale dispositivo mi avrebbero dato per pagare e spostarmi, mi ha guardato come se la domanda non avesse senso. A Mir non serve nessun oggetto: i dati raccolti alla dogana bastano. Per entrare in un edificio, salire su un mezzo o ritirare un pasto è sufficiente il mio volto. «Un oggetto si perde, si rompe, va sostituito», ha detto. «Un volto no.» Ho pensato al braccialetto restituito a Lloyd.
Ci siamo spostati con un treno cittadino a levitazione magnetica, pulito e puntuale. Mei mi ha detto che è identico a quelli di trent’anni fa: a Mir una tecnologia si sviluppa quando serve, e quando funziona non la si cambia più: nessuno la abbellisce, nessuno la rinnova per venderla.
Dal finestrino la città scorreva in una griglia regolare di edifici della stessa altezza, dello stesso colore chiaro, con le stesse finestre e ogni quattro isolati si apriva un parco con alberi, una palestra all’aperto e un piccolo orto comune. Mei mi ha spiegato che la distanza tra i parchi, la densità delle abitazioni e perfino il numero di alberi per abitante sono stati calcolati per far stare bene le persone con il minimo spreco. Dopo cinque minuti di viaggio ho avuto l’impressione di essere già passato dallo stesso punto. Non era così: era soltanto uguale.
La sede del governo è un edificio grande, ma non più alto degli altri. Mei mi ha accompagnato in una sala spoglia e mi ha esposto lo statuto di Mir, che riporto articolo per articolo.
Articolo 1. Mir è una repubblica fondata sull’uguaglianza. L’uguaglianza garantisce giustizia a tutti.
Articolo 2. Il governo è esercitato dal Consiglio del Popolo. Ne fanno parte i consiglieri formati nelle case-scuola per la gestione dello Stato e, in pari numero, cittadini estratti a sorte tra tutte le funzioni: giustizia, sicurezza, sanità, istruzione, industria, ambiente e servizi. Uomini e donne vi sono rappresentati in parti uguali. Gli estratti restano in carica per un periodo limitato, poi tornano alla loro funzione.
Articolo 3. A ogni cittadino sono garantiti la casa, il cibo, lo studio e il lavoro. L’educazione dei figli è affidata alla comunità.
Articolo 4. Ogni cittadino può proporre, attraverso il portale comune, misure per migliorare la vita a Mir. Le proposte sono esaminate e, se ritenute utili, portate al Consiglio del Popolo.
Articolo 5. Ogni cittadino ha il dovere di contribuire a Mir secondo la funzione che gli è assegnata.
Mei ha concluso senza enfasi, come si legge un dato: «Nessuno ha più del necessario, e a nessuno manca il necessario. Per il bene di tutti.»
Prima di lasciarmi, Mei ha notato il mio abito e mi ha spiegato come funzionano i vestiti a Mir. Vengono consegnati a ogni cittadino e sono di due tipi: una divisa per il tempo libero, uguale per tutti, e una per il lavoro, diversa per ogni funzione; la sua è quella dei diplomatici. Il grigio è il colore che richiede meno trattamenti e un solo colore per tutti significa meno tinture, meno acqua e meno scarti: anche qui, il minimo impatto. A me, come ospite, non ne è stata assegnata nessuna e ho continuato a indossare i miei.
Dopo Optimate, quelle parole mi hanno fatto un effetto che non mi aspettavo. Qui nessuno pulisce i pavimenti degli altri per mantenere i figli in una scuola che non dà loro davvero l’occasione di farcela; qui la scuola, la casa e la cura sono di tutti, e lo sono davvero.
La sera, nella stanza che mi è stata assegnata, ho consultato gli archivi statistici dallo schermo a parete. Anche qui i dati sono pubblici e ordinati con una precisione quasi maniacale.
L’analfabetismo è quasi assente e la disoccupazione è pari a zero per definizione, perché ognuno ha una funzione. Gli ospedali sono distribuiti in modo che nessun cittadino ne abbia uno a più di quindici minuti di distanza. Mi sono soffermato su un dato in particolare: la percentuale di cittadini che vivono in povertà. Zero. Non un valore vicino allo zero, ma zero, da oltre cinquant’anni. Ho riletto la cifra più volte: nessuna società che conosca può dire altrettanto, e Optimate meno di tutte.
Poi sono passato al portale delle proposte, previsto dall’articolo 4. Il portale funziona e riceve ogni anno migliaia di suggerimenti sugli orari dei trasporti, sulla manutenzione dei parchi e sui menù delle mense. Ho cercato le proposte sui diritti dei cittadini: negli ultimi vent’anni non ce n’è stata nessuna. Non una respinta: nessuna presentata. Mi sono chiesto se sia perché Mir ha raggiunto la perfezione.
Infine ho studiato il sistema dei nomi, di cui Mei mi aveva accennato. A Mir esistono soltanto cento nomi, scelti in proporzione alla loro diffusione nella popolazione mondiale e ogni cittadino è identificato da un codice: l’anno di nascita, il nome, un numero progressivo di sei cifre e una lettera di controllo, che corrisponde al resto della somma delle cifre divisa per ventisei. L’alfabeto del registro non prevede accenti né lettere particolari. È un sistema elegante, che non lascia spazio a errori né a privilegi: nessun cognome, nessuna famiglia. Eppure, rileggendo l’elenco dei cento nomi, ho avuto per la prima volta un dubbio. Un nome estratto da una lista è ancora un nome? Solo nel 2263, l’anno di Mei, i registri contano più di trecentomila Mei.
Lo schermo si è acceso da solo. Era Mei. Mi ha proposto di visitare l’indomani una casa-scuola, per vedere come Mir cresce i suoi cittadini e ho accettato volentieri: anche a Optimate avevo visto una scuola, anche se non era il posto designato, e il confronto mi interessava.
Mei mi è venuta a prendere al mattino e mi ha accompagnato alla casa-scuola del quartiere, un edificio luminoso circondato da un parco. I bambini, tutti con la stessa divisa grigia, imparavano a leggere, a coltivare un orto e a riparare piccoli oggetti. Mei mi ha spiegato che fin dai primi anni gli insegnanti osservano le loro attitudini e, crescendo, li indirizzano verso la funzione in cui saranno più utili: nessun talento va sprecato, ha detto, e nessun bambino resta indietro. Poi è stata chiamata altrove e mi ha lasciato solo.
Ho fermato un’insegnante e le ho chiesto delle famiglie. Mi ha spiegato che i bambini vivono con i genitori fino ai tre anni e poi entrano nella casa-scuola, dove crescono insieme, mentre i genitori possono vederli nei giorni di riposo e nelle feste nazionali. «È più efficiente», ha detto, «e ai bambini non manca nulla. Hanno cento fratelli.» Quando le ho chiesto se ai genitori manchino i figli, ci ha pensato un momento, poi ha risposto che esistono studi accurati su quanto tempo insieme sia sufficiente per stare bene.
Uscito dalla scuola, ho camminato per i viali senza una meta, finché dopo qualche isolato un uomo mi si è avvicinato. Mi aveva notato per i vestiti, gli unici, in tutta la strada, a non essere grigi e li guardava come si guarda un quadro. Si è presentato: 2271-Juan-972604-C.
Più che parlare, faceva domande: voleva sapere da dove venissi, com’è Fair Harbour, di che colore sono le sue case e che cosa avessi visto a Optimate. Ascoltava ogni risposta con un’attenzione quasi affamata. Quando gli ho chiesto di che cosa si occupasse, ha detto che lavora nell’impianto che produce le tinture grigie per le divise di Mir e ha sorriso appena. Poi si è guardato intorno e solo allora ho notato le piccole telecamere sui lampioni, a ogni incrocio. Mi ha invitato a casa sua: «Lì si parla meglio.»
Da fuori, la casa era identica alle altre. Dentro, ogni parete era coperta di quadri, dipinti su tele ricavate da vecchie divise. I colori venivano dall’impianto: sono i pigmenti che vengono mescolati per ottenere il grigio e lui ne recupera gli scarti prima che finiscano nella miscela. Un quadro, più grande degli altri, mi ha fermato sulla soglia. Era Guernica, che io conosco dai libri, ma nel suo stile: le figure spezzate erano le stesse, solo che non erano in bianco e nero, erano grigie e in mezzo, piccolissima, c’era una macchia di rosso che il quadro originale non aveva. Gli ho detto che era bellissimo e che somigliava davvero all’originale. Mi ha guardato stupito: non l’aveva mai visto.
È stato allora che ha cominciato a raccontare. Dipinge da quando era ragazzo, senza nasconderlo a nessuno, perché a nessuno interessa. Poi mi ha detto che non si fa chiamare Juan, ma Iñaki, un nome basco, come i suoi nonni. Nella lista dei cento non c’è, perché la loro cultura era troppo piccola per meritare una quota e la ñ non è una lettera omologata. Me l’ha scritto su un foglio, a mano, ed è stata la prima volta che ho visto quella lettera da quando sono arrivato.
«L’unica cosa buona del mio codice sono le ultime quattro cifre», ha aggiunto. 2604: il 26 aprile. Sua nonna gli raccontava che il 26 aprile di molto tempo fa una città basca, Guernica, era stata bombardata e che un pittore ne aveva fatto un quadro enorme, in bianco e nero, per mostrare al mondo il dolore di quel popolo. Il suo l’ha dipinto così, dai racconti di lei, e da quei racconti è nato anche il suo sogno: dipingere. Solo alla fine, a voce bassa, mi ha detto che Mir non gli piace. Ogni giorno prepara il grigio per tutta la città.
Nessuno gli vieta di dipingere: semplicemente, qui nessuno capisce perché lo faccia. Iñaki mostra i suoi quadri a pochi e non potrà farne il suo lavoro, perché la sua funzione è un’altra e lo resterà. In quella stanza piena di colore, in mezzo a una città grigia, mi è sembrato un uccello in gabbia. Ho capito che non potrà mai fare l’artista e mi sono domandato se questa uguaglianza sia davvero la direzione giusta.
La sera ho partecipato a un evento ricreativo in una sala comune. Mei mi ha spiegato che a Mir questi eventi si tengono a rotazione: ogni volta vengono invitate persone di funzioni diverse e prima o poi tutti vi partecipano, dai membri del Consiglio del Popolo a chi pulisce le strade. Quella sera c’erano soprattutto gestori dello Stato, e il cibo era semplice e buono, uguale per tutti.
A un certo punto ho sentito Mei presentarsi a un funzionario con il suo codice completo: 2263-Mei-184817-D. Quando hanno finito di parlare l’ho fermata: mi era tornata in mente la data che avevo notato nel suo codice il giorno dell’arrivo, il 1848, l’anno del Manifesto del Partito Comunista. Gliel’ho fatto notare e le ho ricordato il passo in cui la società futura è descritta come un’associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti. Mi ha ascoltato con cortesia, poi ha detto che è una coincidenza, che i numeri non hanno significato, ed è tornata a mangiare.
Più tardi, davanti a un gruppo di gestori, ho fatto la domanda che mi portavo dietro dal pomeriggio: «E se qualcuno volesse fare un lavoro diverso da quello che gli è stato assegnato?». Si è fatto silenzio e mi guardavano come se avessi parlato un’altra lingua. È stata Mei a rispondere: «Che senso avrebbe? Non sarebbe utile. Se ognuno facesse ciò che vuole, non avremmo le case, gli ospedali, le scuole e la giustizia che abbiamo.»
«Sì», ho insistito, «ma se una persona è infelice?»
«Non esiste felicità più grande che sapere di far funzionare Mir, dove l’uguaglianza è garantita a tutti», ha risposto. «Per il bene di tutti.»
Gli altri hanno annuito. Tutti tranne uno, in fondo al tavolo, che ha abbassato gli occhi sul piatto e non li ha più rialzati.
Ho ripensato a Optimate. Lì la verità andava nascosta e l’ho sentita solo da due uomini ubriachi; qui nessuno nasconde niente e ciò che pensano lo dicono apertamente, a tavola, convinti. Forse, a Mir, a nascondersi è chi non ci crede.
Sono partito il mattino seguente. All’aeroporto ho consegnato a Mei la copia dei miei appunti, e lei l’ha registrata, le ha assegnato un codice e l’ha inviata all’archivio senza aprirla. A differenza di Optimate, non avevo niente da restituire: il mio volto, le mie iridi e le mie impronte resteranno per sempre nei loro registri.
Scrivo queste ultime righe in volo. A Mir ho visto una società senza poveri, dove la casa, la cura e lo studio sono garantiti davvero a tutti e perfino il numero di alberi per abitante è pensato per far stare bene le persone. Lo statuto dice che l’uguaglianza garantisce giustizia a tutti, e probabilmente è così. Ma è ancora giustizia un’uguaglianza in cui nessuno sceglie il proprio lavoro, il proprio nome e il tempo da passare con i propri figli? A che cosa serve non avere poveri, se qualcuno passa la vita a preparare il grigio sognando il colore? O l’uguaglianza, qui, rende tutti uguali soltanto perché nessuno può essere diverso?
Questa uguaglianza garantisce davvero la libertà?
A.R.